Per
una società della decrescita
di
Serge
Latouche*
[da Le Monde Diplomatique, novembre 2003]
* "Obiettore
di crescita",
presidente di Ligne d'horizon, professore emerito dell'Università Paris- Sud.
Autore, tra l'altro, di: Giustizia senza limiti.
La sfida dell'etica in un'economia globalizzata, Bollati Boringhieri, 2003; La
fine del sogno occidentale. Saggio sull'americanizzazione del mondo, Eleuthera,
2002.
Parola d'ordine sia dei governi di sinistra che di quelli di destra, obiettivo
dichiarato dalla maggior parte dei movimenti altromondisti, la crescita. Ma
costituisce una trappola? Basata sull'accumulazione di ricchezze, essa è
distruttrice della natura e generatrice d'ineguaglianze sociali. "Durevole" o
"sostenibile", rimane una divoratrice del benessere. È dunque alla decrescita
che bisogna lavorare: a una società fondata sulla qualità piuttosto che sulla
quantità, sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione, a un'umanità
liberata dall'economicismo che abbia come obiettivo la giustizia sociale.
Sarebbe senz'altro una bella soddisfazione poter mangiare alimenti sani, vivere
in un ambiente equilibrato e meno rumoroso, non subire più i condizionamenti del
traffico ecc. Il 14 febbraio 2002, a Silver Spring, davanti ai responsabili
americani della meteorologia, Gorge W. Bush ha dichiarato: "La crescita è la
chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di
investire nelle tecnologie appropriate: è la soluzione, non il problema". Ma di
fondo, questa posizione "pro-crescita" è condivisa dalla sinistra, compresi
anche molti "altromondisti" che nella crescita vedono la soluzione del problema
sociale, attraverso la creazione di posti di lavoro e una più equa ripartizione
dei redditi.
In Francia c’è una sorta di pensiero unico, comune a quasi tutta la classe
politica francese, per la quale la nostra felicità deve per forza passare per
l'aumento della crescita, della produttività, del potere d'acquisto e quindi dei
consumi. Dopo alcuni decenni di sprechi frenetici, siamo entrati a quanto pare
in un'area di perturbazioni, sia in senso proprio che figurato. Lo
sconvolgimento climatico avanza di pari passo con le guerre del petrolio, cui
seguiranno quelle per l'acqua, ma non solo. Si temono pandemie, la scomparsa di
specie vegetali e animali essenziali in seguito alle prevedibili catastrofi
biogenetiche. In queste condizioni, la società della crescita non è né
sostenibile, né auspicabile. È dunque urgente pensare a una società della
"decrescita", se possibile serena e conviviale.
La società della crescita si può definire come una società dominata da
un'economia improntata, per l'appunto, al principio della crescita, dal quale
tende a lasciarsi fagocitare. La crescita fine a se stessa diventa così
l'obiettivo primario della vita, se non addirittura il solo. Ma una società di
questo tipo non può essere sostenibile, in quanto si scontra con i limiti della
biosfera. Se si assume come indice dell'impatto ambientale del nostro stile di
vita l'"impronta" ecologica, misurata in termini di superficie terrestre, i
risultati che emergono sono insostenibili, tanto dal punto di vista dell'equità
dei diritti di prelievo sulla natura quanto da quello della capacità di
rigenerazione della biosfera. Un cittadino degli Stati uniti sfrutta in media
9,6 ettari di superficie terrestre, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. Siamo
lontanissimi dall'uguaglianza planetaria, e più ancora da una civiltà
sostenibile, per la quale non potremmo sfruttare più di 1,4 ettari a testa - e
per di più con il presupposto che la popolazione rimanga al livello attuale. Per
conciliare i due imperativi contraddittori della crescita e del rispetto per
l'ambiente, gli esperti pensano di aver trovato la pozione magica nell'ecoefficienza:
un concetto cruciale, che rappresenta in verità l'unica base seria dello
"sviluppo sostenibile". Si tratta di ridurre progressivamente l'impatto
ecologico e l'incidenza del prelievo di risorse naturali, per raggiungere un
livello compatibile con la capacità di carico accertata del pianeta.
Indubbiamente, l'efficienza ecologica è notevolmente migliorata; ma poiché la
corsa forsennata alla crescita non si ferma, il degrado globale del pianeta
continua ad aggravarsi. Se da un lato l'impatto ambientale per unità di merci
prodotte è diminuito, questo risultato è sistematicamente azzerato dall'aumento
quantitativo della produzione: un fenomeno cui si è dato il nome di "effetto
rimbalzo".
Secondo Ivan Illich, la fine programmata della società della crescita non
sarebbe necessariamente un male. "C'è una buona notizia: la rinuncia al nostro
modello di vita non è affatto il sacrificio di qualcosa di intrinsecamente
buono, per timore di incorrere nei suoi effetti collaterali nocivi - un po' come
quando ci si astiene da una pietanza squisita per evitare i rischi che potrebbe
comportare. Di fatto, quella pietanza è pessima di per sé, e avremmo tutto da
guadagnare facendone a meno: vivere diversamente per vivere meglio". La società
della crescita non è auspicabile per almeno tre motivi: perché incrementa le
disuguaglianze e le ingiustizie; perché dispensa un benessere largamente
illusorio, e perché non offre un tipo di vita conviviale neppure ai
"benestanti". Il miglioramento del tenore di vita di cui crede di beneficiare la
maggioranza degli abitanti dei paesi del Nord si rivela sempre più un'illusione.
Indubbiamente, molti possono spendere di più per acquistare beni e servizi
mercantili, ma dimenticano di calcolare una serie di costi aggiuntivi che
assumono forme diverse, non sempre monetizzabili, legate al degrado, non
quantificabile ma subìto, della qualità della vita (aria, acqua, ambiente):
spese di "compensazione" e di riparazione (farmaci, trasporti, intrattenimento)
imposte dalla vita moderna, o determinate all'aumento dei prezzi di generi
divenuti rari (l'acqua in bottiglie, l'energia, il verde...). Herman Daly ha
compilato un indice sintetico, il "Genuine Progress Indicator" (Gpi) che
rettifica il Prodotto interno lordo tenendo conto dei costi dovuti
all'inquinamento e al degrado ambientale. A partire dal 1970, per gli Stati
uniti l'indice del "progresso genuino" è stagnante, o addirittura in regresso,
mentre quello del Prodotto interno lordo continua registrare aumenti.
Intendiamoci bene: la decrescita è una necessità, non un ideale in sé. Si tratta
di fare di necessità virtù, e di concepire la decrescita per le società del Nord
come un fine che ha i suoi vantaggi. Come è noto, basta un rallentamento della
crescita per allarmare le nostre società con la minaccia della disoccupazione e
dell'abbandono dei programmi sociali, culturali e di tutela ambientale, che
assicurano un minimo di qualità della vita. Possiamo immaginare gli effetti
catastrofici di un tasso di crescita negativo! La decrescita è concepibile solo
nell'ambito di una "società della decrescita.
Un primo passo per una politica della decrescita potrebbe essere quello di
ridurre, se non sopprimere, l'impatto ambientale di attività tutt'altro che
soddisfacenti. Si tratterebbe ad esempio di ridimensionare l'enorme mole degli
spostamenti di uomini e merci sul pianeta, con tutte le loro conseguenze
negative: si potrebbe parlare di una "rilocalizzazione" dell'economia. Non meno
importante è ridimensionare la pubblicità più invadente e rumorosa, e
contrastare la prassi di accelerare artificialmente l'obsolescenza dei manufatti
e la diffusione di prodotti usa e getta, la cui sola giustificazione è quella di
far girare sempre più vorticosamente la megamacchina infernale. Tutto ciò
rappresenta, nel campo dei consumi materiali, una notevole riserva per la
decrescita.
Per concepire e realizzare una società di decrescita serena dovremo uscire
letteralmente dall'economia. O in altri termini, rimettere in discussione il
dominio dell'economia su tutti gli altri ambiti della vita, nella teoria come
nella pratica, ma soprattutto nelle nostre menti. Una condizione necessaria è la
drastica riduzione dell'orario di lavoro imposto, per assicurare a tutti un
impiego soddisfacente. Fin dal 1981 Jacques Ellul, che è stato uno dei primi
pensatori di una società della decrescita, aveva fissato per l'orario di lavoro
l'obiettivo di un massimo di due ore al giorno. Ispirandosi alla Carta "Consumi
e stile di vita" proposta dal Forum delle organizzazioni non governative (Ong)
di Rio, tutto questo si potrebbe sintetizzare in un "programma delle 6 R":
Rivalutare, Ristrutturare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare.
Questi sei obiettivi interdipendenti avvieranno un circolo virtuoso di
decrescita serena, conviviale e sostenibile.
Si vede subito quali sono i valori prioritari da anteporre a quelli oggi
dominanti: l'altruismo dovrebbe prevalere sull'egoismo, la cooperazione sulla
competizione sfrenata, il piacere dello svago sull'ossessione del lavoro,
l'importanza della vita sociale sul consumo illimitato, il gusto del lavoro
bello e ben fatto sull'efficientismo produttivista, il ragionevole sul
razionale, e così via. Il problema è che i valori attualmente dominanti sono
sistemici, in quanto suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta
contribuiscono a rafforzare. Certo, la scelta di un'etica personale diversa,
come quella della semplicità volontaria, può incidere sull'attuale tendenza e
minare alla base l'immaginario del sistema.
Un programma troppo vasto e utopistico? E fino a che punto la transizione
potrebbe avvenire senza una rivoluzione violenta? O più esattamente, la
necessaria rivoluzione mentale è possibile senza violenza sociale? Si potrebbero
concepire misure progressive da adottare in una serie di tappe. Ma è impossibile
dire se saranno accettate passivamente dagli attuali "privilegiati" che ne
sarebbero colpiti, così come dalle stesse vittime del sistema, dal quale sono
mentalmente e fisicamente drogate. Comunque, più di quanto possano fare tutti i
nostri argomenti, l'inquietante canicola dell'estate 2003, in particolare
nell'Europa sud- occidentale, sta a dimostrare la necessità di una società della
decrescita. Per l'indispensabile decolonizzazione dell'immaginario potremo
largamente contare, negli anni a venire, sulla pedagogia delle catastrofi.
Postato da Mirco ANDREON il 30.9.2006