Il Lavoro Flessibile è contro la Famiglia!

Il Vescovo Mons. Zenti non è presuntuoso: il “Lavoro Flessibile” è contro la Famiglia!

 

 

Si dice spesso che la flessibilità porta vantaggi al mondo del lavoro. Non è vero! In Italia, la flessibilità, purtroppo, viene interpretata soltanto come possibilità per l’imprenditore di cambiare a proprio vantaggio, in qualsiasi momento, le condizioni del rapporto di lavoro con il proprio dipendente (e quindi anche la  cessazione del rapporto di lavoro stesso, cioè licenziare liberamente!) e non come uno strumento che serva a rendere flessibile l’organizzazione stessa del lavoro a vantaggio sia dell’impresa che del lavoratore.

In questi ultimi anni, la nostra classe dirigente imprenditoriale, supportata dalla politica, ha puntato solo sulla flessibilità e sulla riduzione del costo di lavoro per poter garantire maggiore competitività all’impresa italiana dimenticandosi degli investimenti nella ricerca e nell’innovazione tecnologica cose, queste, che nei Paesi economici avanzati, rappresentano, invece, il vero motore dello sviluppo e della crescita delle imprese. Si è trattato di un criterio di gestione fallimentare del sistema impresa ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti viste le performances negative che il nostro sistema economico ha messo in luce in questi ultimi anni.

Vediamo che per la maggior parte dei cosiddetti lavoratori atipici il lavoro flessibile non rappresenta, in definitiva, un’opportunità di primo inserimento al lavoro perché, di fatto, il lavoro rimane atipico, cioè

provvisorio. Tantissimi giovani oggi lavorano “a progetto”; con “contratto occasionale”; fanno i “collaboratori coordinati e continuativi”, lavorano “a contratto di tipo subordinato a tempo parziale”, lavorano tramite le agenzie interinali o tramite “contratto d’inserimento” eccetera, eccetera. Tutto ciò, molto spesso (o quasi sempre) nonostante molti di essi abbiano raggiunto una certa maturità professionale e lavorino, magari, da più di cinque-sei anni nella stessa azienda, spesso con livelli retributivi discutibili senza contare, per questo tipo di impiego, la mancanza di adeguate tutele sociali e sindacali ed il basso livello di garanzia di alcuni diritti fondamentali, come la maternità, la malattia, la sicurezza sul lavoro, il diritto di sciopero e alla formazione professionale.

In particolare, per un giovane lavoratore atipico, diventa molto difficile, ad esempio, comprare casa ricorrendo ad un mutuo ed anche accedere al credito, condizionando negativamente il giovane anche sulla

possibilità di affittare un appartamento. Poi si fa un gran parlare di tutela della Famiglia…

Se, poi, analizziamo il futuro pensionistico dei nostri giovani “lavoratori atipici” al termine della loro esperienza

lavorativa, la pensione sarà inesistente o comunque insufficiente a garantire loro una vecchiaia dignitosa. A meno che non si ricorra ad una pensione integrativa che, per poterne pagare il premio, obbligherebbe le nostre giovani coppie a ridurre, magari, anche le spese per il vitto. Altro che fare figli!

In definitiva il lavoro precario è, come dice la parola stessa, provvisorio, insicuro, instabile, incerto e senza le

garanzie richiamate dalla nostra Costituzione che, all’Art. 36 recita: “Il lavoratore ha diritto ad una  retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

Così succede che con i prezzi alle stelle, e fuori da ogni controllo, alle nostre giovani coppie non resta che rimanere single. Altro che famiglia!

Bene ha fatto, Mons. Zenti, da Vescovo, ad intervenire sul tema.

La cultura marxista non centra niente ne’, tanto meno, la presunzione. Mi dispiace per l’On. Sacconi...

 

 

Sen.  Walter BIANCO

 

Postato il 04 Settembre 2006

 

 

Clicca sul link:

 

| La Legge BIAGI va cambiata |