“IL VULCANO MALEDETTO”

  

 UN LIBRO CHE I NOSTRI “POLITICI” NON VORREBBERO CHE LEGGESSIMO…

Libere estrapolazioni dal libro di R. Bencivenga e L. Chiappugi  (Ediz. Rai-Eri)

 

a cura di Walter BIANCO, Oderzo

23 Dicembre 2007

 

Questo libro parla soprattutto del DEBITO PUBBLICO. Superiore alla ricchezza prodotta in un anno dagli italiani, il DEBITO PUBBLICO è una voragine che da 50 anni inghiotte i nostri soldi: siamo seduti sull’orlo di un VULCANO che minaccia di esplodere.

 

SULL’ORLO DEL CRATERE

L’Italia è seduta sull’orlo di due vulcani. Uno è fisico, l’altro finanziario. Entrambi attentano al nostro benessere e al nostro futuro. Perché? E’ come se il Vesuvio dovesse esplodere provocando un disastro di proporzioni bibliche viste le 600.000 persone che vivono nei Comuni dell’area e le conseguenze, come sappiamo, ricadrebbero sull’intero sistema nazionale per molto tempo.

C’è un altro vulcano che ci minaccia oltre al Vesuvio ed è proprio il DEBITO PUBBLICO, un cratere che rischia di esplodere con una voragine di 1567 miliardi di euro, pari a circa il 107% del Prodotto interno lordo, vale a dire la ricchezza prodotta in un anno dal Paese. Ma che giunge almeno al 120% considerando anche il debito sommerso costituito fra l’altro dai crediti di imposta, da spese non contabilizzate e dal rinvio dei trasferimenti di denaro e dei pagamenti dello Stato. In rapporto al Pil il debito pubblico italiano è il primo in Europa.

 

CACCIATI DAL PARADISO TERRESTRE (Sarà solo una storiella?...)

Toccò al premier giapponese l’ingrato compito di non umiliare così tanto un membro del club G8 che doveva cedere il posto ad un altro Paese per il fatto che due giganti del mondo si erano risvegliati ed avevano prodotto più ricchezza. L’Italia, andava dicendo, nonostante i suoi sforzi produttivi e la contrazione della spesa pubblica, aveva perso terreno, il suo Prodotto interno lordo era ormai inferiore a quello di altri grandi Paesi esterni al Club. In particolare citò la Cina e l’India il cui Pil aveva superato da tempo quello italiano. Il G8 si allargava diventando G9, sacrificando chi non era riuscito a stare al passo con gli altri. Con grande rammarico quindi il G8 doveva privarsi della presenza dell’Italia che avrebbe ceduto il suo seggio ad un altro Paese di grande civiltà e tradizioni, la Cina, mentre l’India avrebbe avuto un seggio supplementare in attesa di essere raggiunta dal Brasile. “Grazie Italia! Sentiremo tutti la vostra mancanza”.

 

ITALIA A RISCHIO?

Fantaeconomia? Oppure ci sono buoni motivi di carattere interno e internazionale per ipotizzare che l’Italia, come i biblici Adamo ed Eva, sia cacciata dal Paradiso terrestre degli otto Grandi dell’economia mondiale? L’Italia è a rischio eliminazione dalla serie A dei Paesi industrializzati? Non credo sia possibile un evento come quello ipotizzato nella provocazione. L’Italia fa parte del G8 perché al momento della sua costituzione (G7 nato nel 1975 diventato G8 nel 1998) era a tutti gli effetti la sesta potenza industriale del mondo. Oggi, dopo essere saliti al 5° posto, siamo scesi al 7°, ma abbiamo ancora un peso e un ruolo nel determinare gli indirizzi di politica economica dei Paesi industrializzati.

Ma l’Italia, oggi, ha le pile scariche, non riesce a rimanere nel gruppo di testa nella grande corsa dei Paesi industrializzati. Il nostro Paese non figura più ai primi posti della classifica mondiale degli indici che fotografano il benessere o il malessere delle economie.

Non siamo, però, ancora condannati al declino a patto, però, che si facciano sul serio le riforme in modo da dare un colpo di frusta all’economia valorizzando le potenzialità del Paese. Senza far finta che il problema dei conti e del debito pubblico non esista perché è questa la palla al piede che rallenta lo sviluppo e rende incerto il futuro. Perché è intorno al debito pubblico che ruotano i problemi dell’Italia. La riforma della finanza pubblica e in particolare la riduzione delle spese correnti, insieme con l’abbattimento del debito pubblico, sono la madre di tutte le riforme.

 

MA, DOVE FINISCONO TUTTI I SOLDI?

Nel 2005 lo Stato ha speso complessivamente 683.737 milioni di euro: Di questa somma, circa il 5% è stato speso in conto capitale, cioè per fare investimenti. La stragrande maggioranza – il 91,70% - è costituita dalla cosiddetta “spesa corrente” destinata al funzionamento dello Stato, a pagare stipendi, pensioni, assistenza sanitaria, affitti, bollette, trasferte, cancelleria etc. Cioè consumi.

In Germania, la spesa corrente è il 94% di una spesa pubblica di oltre mille miliardi di euro. Ma la parte destinata agli stipendi è inferiore al 16% (in Italia il 22,7%) mentre la spesa per il Welfare è il 57%, ben più elevata di quella italiana. Inoltre in Germania la rete dei trasporti pubblici è efficientissima e per la ricerca scientifica si spende più che da noi. In Francia la spesa corrente è il 92,2% e quella per stipendi il 24,7% (più elevata della nostra) ma il debito pubblico è di gran lunga inferiore a quello italiano. In Spagna, invece, abbiamo una spesa corrente inferiore alla nostra (87,1%) e quella per gli investimenti maggiore (12,9%). Insomma, non è solo questione di quantità ma soprattutto di qualità della spesa ed è proprio questo il nodo da sciogliere per l’Italia. Più che invecchiato, lo Stato è diventato obsoleto come una fabbrica di carrozze a cavalli; l’attuale contabilità di Stato appare inutile e forse anche dannosa: non ci dice con chiarezza da dove vengono e dove vanno i soldi pubblici, non mette in autocontrollo i vari livelli della Pubblica Amministrazione. Molti dei nostri mali nascono dunque da una scarsa volontà e dal poco coraggio nel gestire meglio i soldi dei cittadini al servizio della collettività ed è la stessa struttura dello Stato che ha bisogno di una modifica per realizzare una qualità della spesa pubblica, da ottenere con strumenti idonei al raggiungimento degli obiettivi, in primis l’abattimento del debito pubblico.

 

QUAL’E’ LA CONSiSTENZA DEL CAPITALE DELL’AZIENDA ITALIA?

Il capitale di una nazione è costituito dalla somma dei valori attribuiti al patrimonio mobiliare e immobiliare dei Cittadini (risparmio, case, aziende), ai beni dello Stato, degli Enti pubblici territoriali (Regioni, Province, Comuni), degli altri enti pubblici (Inps etc.) e di aziende pubbliche (FS etc.). Questo capitale, se bene investito, tende ad accrescersi grazie alla nuova ricchezza prodotta annualmente, comunemente chiamata Prodotto interno lordo o Pil.

I dati della Ragioneria Generale attribuiscono al patrimonio demaniale, per il 2004,  531,9 miliardi di euro riferiti in gran parte a beni indisponibili o sfruttati male come l’immenso patrimonio artistico-culturale della nazione.

 

IL MALE OSCURO: LA PERDITA DELLA COMPETITIVITA’

Anche lo Stato non ce la fa ad arrivare alla fine del mese. Come è possibile che le casse dello Stato e degli enti locali, nonostante le tasse che la maggioranza degli italiani paga, siano perennemente vuote? La risposta (ovvia) è perché le entrate non sono sufficienti a coprire le uscite ma, soprattutto, perché si spende male. E a soffrirne, oltre ai cittadini, è l’economia nel suo complesso. Questo avviene perché le spese correnti, quelle che servono al funzionamento dello Stato, comprese quelle per pagare gli stipendi a circa 4 milioni di dipendenti pubblici, sono eccessive rispetto alle necessità effettive, per cui resta poco per lo sviluppo. Anche per questo motivo nel 2005 il bilancio dell’azienda Italia ha registrato una crescita zero, cioè il Pil è rimasto invariato. E’ da qualche tempo che la nostra economia ha rallentato il passo e cresce meno delle altre. Soprattutto diminuisce la nostra quota nel mercato mondiale per una perdita strisciante di competitività dei nostri prodotti. Ed esiste il rischio reale di una nuova povertà che è un problema grave perché sin dai tempi del Medioevo l’Italia ha basato la sua ricchezza più sui traffici internazionali e le esportazioni che sul mercato interno. Oggi siamo di nuovo ricchi perché ci sono molti Paesi che comprano le nostre merci. Il 20% del nostro reddito nazionale dipende dall’export, nell’area dell’euro l’8%. Ma cosa significa competitività? Significa capacità di vincere una gara fra più concorrenti sui mercati esteri in termini di prezzo, di qualità e di tempo (la rapidità delle consegne a volte fa la differenza) per la vendita di beni o servizi prodotti.

Come mai oggi siamo meno competitivi? Alcuni motivi sono strettamente congiunturali, non dipendono dalla struttura del sistema. Prima dell’11 settembre, negli anni novanta, il drenaggio fiscale per il risanamento della finanza pubblica (mirato all’ingresso della moneta unica) aveva causato un contenimento dei consumi interni. Contemporaneamente il deprezzamento della lira, favorendo le esportazioni, aveva impigrito le industrie esportatrici che non si erano sufficientemente impegnate per migliorare in termini di qualità e di prezzo la competitività dei loro prodotti. Molte hanno preferito trasferire all’estero i maggiori profitti.

 

IL NEMICO E’ ALL’INTERNO DI NOI

I prezzi risultano meno convenienti anche per colpa nostra. Ad esempio, perché l’aumento dei costi di produzione non è sufficientemente  compensato da un aumento della produttività. In particolare viene penalizzato il costo del lavoro gravato anche da una maggiore fiscalità. Inoltre scontiamo l’errore di esserci troppo specializzati in prodotti a basso contenuto tecnologico. Solo l’8,5% delle nostre esportazioni manifatturiere è ad alto contenuto tecnologico, contro il 16% in Europa e il 29% in Giappone. Su tutto pesano i problemi della spesa pubblica e cioè: i nodi della ricerca e della innovazione tecnologica, la carenza delle infrastrutture, gli ostacoli e i costi della burocrazia, il costo dell’energia, le strozzature commerciali, l’insufficiente liberalizzazione.

 

EPPURE L’ITALIA OSTENTA BENESSERE

Nello stesso territorio convivono due paesi sovrapposti che marciano a due velocità diverse, mentre negli ultimi anni è aumentato il grado di concentrazione della ricchezza e si sono acuite le distanze fra i più benestanti e i meno abbienti. Negli ultimi dieci anni la quota di ricchezza posseduta dal 5% delle famiglie agiate è passata dal 27% al 32%, ma l’1% ha aumentato la sua fetta di ricchezza dal 9 al 13%. Da qualche anno è in aumento il numero delle famiglie che vivono al di sotto della cosiddetta “soglia di povertà”. Nel 2004 c’erano 2 milioni e 674 famiglie pari all’11,7% del totale per complessivi 7 milioni e 588 mila persone, cioè il 13,2% dell’intera popolazione. Nel sud i “poveri” sono il 25% dei nuclei familiari con punte del 30% in Sicilia e Basilicata. E’ il rovescio della medaglia dove anche i “ricchi” continuano a crescere, ostentando il loro status e imponendo il loro modello di consumi.

Quali delle due Italie è quello vero? Lo sono entrambe anche se i media e la pubblicità identificano quella del benessere creando uno strabismo che intralcia una seria riforma dei conti pubblici e con 27.000 euro di debito pubblico pro capite che ipotecano il nostro futuro, non c’è da stare allegri. Il dibattito politico continua a essere più tattico che strategico… conti e debito pubblico sono considerati con distacco, sono “cose da commercialisti”, problemi che non riguardano il Cittadino comune.

 

VIVIAMO AL DI SOPRA DELLE NOSTRE POSSIBILITA’

L’immagine dell’Italia cui ci piace credere è quella di un Paese ricco. In realtà è un Paese asimmetrico che vive oltre le sue possibilità in quanto il debito pubblico continua a macinare ricchezza futura. Poiché il debito accumulato sottrae ingenti risorse dagli investimenti necessari per sostenere lo sviluppo e ridurre le distanze fra chi sta bene e chi sta male, il rischio di diventare tutti poveri è reale.

Repetita juvant: il debito pubblico italiano in valore assoluto è il più alto dell’Unione Europea e nel mondo è il terzo dopo il Giappone e gli Stati Uniti.

La conseguenza è che ci stiamo impoverendo e questo lo vediamo dall’arretramento del potere d’acquisto degli italiani e, mentre nel 1995 il Pil pro capite italiano era superiore a quello francese e si avvicinava a quello tedesco, oggi quello francese ci supera di dieci punti e la Spagna ci ha quasi raggiunti. Un campanello d’allarme è rappresentato dalla diminuzione della capacità di risparmio delle famiglie perché mezza Italia, oramai, non risparmia più. Un altro elemento di preoccupazione viene dal futuro previdenziale. Oggi una parte del reddito delle famiglie deriva dalle pensioni, il cui livello è destinato a diminuire.

Eppure, guardandoci in giro c’è tanta ostentazione di benessere. Da dove viene tanta opulenza? Dal lavoro in nero? Certo, dall’economia sommersa e dall’evasione fiscale. L’evasione fiscale, però, è un boomerang che finisce col ritorcersi sulle nuove generazioni

 

LE RENDITE DI POSIZIONE

I vari indicatori ci dicono che non possiamo vivere di rendita all’infinito. Un discorso valido per tutti, imprese, famiglie, Stato. Il Paese con il progressivo invecchiamento della popolazione, la riduzione del tasso di natalità e l’arrivo degli emigrati, sta cambiando volto. Tutta colpa dei politici? Chi governa dovrebbe avere il dovere di fare quel che è necessario per il bene comune.

 

 

DAL MEDIOEVO AL G8 E RITORNO

 

DI CHI E’ LA COLPA?

Difficilmente l’uomo della strada darà la colpa a se stesso  ed ai comportamenti collettivi se ci troviamo in difficoltà. Ci si tiene fuori e sul banco degli imputati salgono a turno, o insieme, i politici, il governo, i sindacati, il petrolio, il terrorismo, la Cina, la globalizzazione, i poteri forti, la massoneria, l’euro etc. Alla radice di questo modo di pensare c’è anche una scarsa conoscenza delle leggi dell’economia.

Non è colpa dell11 settembre perché l’economia occidentale era in crisi già prima di quella data e non è colpa dell’euro perché la sua introduzione ha avuto conseguenze positive come la riduzione significativa dell’inflazione e del costo del denaro. Non è nemmeno colpa del liberismo e della globalizzazione ma delle classi dirigenti che si sono preoccupate di non modificare gli equilibri di potere proprio per non perderlo. La Cina? Certamente (anche se l’invasione delle merci era attesa e prevedibile non è stato un fulmine a ciel sereno). La regola generale, però, è che i problemi sono sempre anche delle opportunità perché la concorrenza cinese può dare una raddrizzata all’economia europea con innovazioni di prodotto o di processo, con l’aumento della produttività o tramite la ricerca. Ma è colpa nostra se ci troviamo in difficoltà e pieni di debiti perché siamo ciechi di fronte all’evidenza, ai piccoli e grandi sprechi di Stato, a incongruenze di leggi e regolamenti, a contraddizioni macroscopiche. E concepibile che funzionari dello Stato, sani di mente, immatricolino un Suv da 100 mila euro come un autocarro sapendo che da quel momento in poi lo paghiamo noi e non chi lo usa? E’ concepibile che migliaia di signore benestanti facciano la domanda per la pensione di ”braccianti agricole temporanee”? E’ ammissibile ciò che accade tutti i giorni in molti ospedali italiani dove “pazienti” che più pazienti non si può, debbano attendere mesi per un’analisi o un’ecografia o Tac che sia, quando la macchina dell’ospedale fa due o tre interventi al giorno, e lo stesso operatore, uscito di là ed entrato in una clinica privata, effettua quattro interventi all’ora? Si può, nello stesso ospedale, tenere macchine costate milioni di euro a invecchiare imballate in magazzino? Od opere pubbliche costose che si rovinano fra le erbacce? Si può avere un Paese (l’Italia) con una criminalità media ma con il massimo di poliziotti e magistrati per 100 mila abitanti e il massimo di durata dei processi? E che dire della Pubblica Amministrazione che spesso stenta a farsi pagare l’Ici perché alcune proprietà non vengono “viste” e i loro proprietari “ignorati”? E delle abitazioni abusive che non pagano l’Ici, quando una vettura in divieto di sosta o “abusiva” in zona di traffico limitato paga cifre, per ogni multa, dello stesso ordine di grandezza dell’Ici annuale per una casa “quasi regolare”, ad esempio un ex fienile trasformato in villa che il Comune crede sia ancora un fenile? Che dire ancora del biennale del parco PC della Pubblica Amministrazione evitando nel modo più accurato che vi sia un collegamento i rete, middleware moderni che permettano lo scambio automatico di informazioni? Come ignorare le decine di migliaia di consulenze che non valgono la carta sulla quale sono scritte?

 

IL DEBITO PUBBLICO

 

 

FACCIAMO I CONTI

Le casse dello Stato sono vuote ma continuano a  essere voraci e il deficit concordato con l’Europa per il 2006 (4,2% del Pil) è da considerarsi emergenza nazionale perché unito alla crescita del debito, blocca ogni possibilità di sviluppo. Di formula ce n’è una sola: affrontare il nodo mai risolto della spesa corrente, cioè quella che serve a pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici gli affitti, il carburante, le bollette del telefono e della luce.

Il primo passo dev’essere l’Operazione Verità perché meno tasse vuol dire meno spesa corrente; da qui non si scappa: o l’uno o l’altro. Corollario di questo problema è quello della qualità, dell’efficienza ed dell’efficacia della spesa pubblica: una minore spesa, ma più efficiente, può garantire ai cittadini la stessa quantità e qualità dei servizi. Un’operazione verità che, partendo dai dati reali, responsabilizzi istituzioni e società civile. Poiché l’unica vera scommessa per il futuro è proprio la riforma della spesa corrente.

 

IL MOTORE DEL DEBITO

Nel 2005 il debito è cresciuto mediamente di 114.000 euro al minuto. Com’è possibile? Dove vanno a finire tutti questi soldi se la pressione fiscale è alta, se la nostra benzina è la più cara d’Europa, se i treni arrivano in ritardo e se nelle Asl si devono attendere mesi per un’analisi? Come si è formato un debito così ingente? Che cosa ci abbiamo fatto con tutti questi soldi? Perché, nonostante gli sforzi di contenimento, il debito ha ripreso a crescere? Partiamo da un dato reale: nel 2005 la crescita economica dell’Italia è stata pari allo zero mentre negli altri Paesi il Prodotto interno lordo è cresciuto. Perché questa differenza?

Sembra di capire che migliaia di miliardi si siano volatilizzati senza lasciare traccia in un miglioramento dei servizi e nella costruzione di infrastrutture…. Ce li siamo mangiati, invece, per pagare gli stipendi e le altre spese correnti destinate a far funzionare la macchina di tutta la Pubblica Amministrazione dello Stato e degli Enti territoriali (Regioni, Province e Comuni) con scarsi miglioramenti dei servizi per il Cittadino. L’euro, la globalizzazione, la Cina non centrano, sono fattori che senza il fardello del debito avremmo potuto meglio contrastare. Che fa correre il motore del debito è la scarsa produttività della Pubblica Amministrazione, è il nodo centrale che incide non solo sul debito ma anche sulla competitività del Paese. Solo nel 2005 il funzionamento della Pubblica Amministrazione ci è costato 626.687 miliardi di euro, di cui 155.534 miliardi per gli stipendi e 471.153 miliardi per le spese di funzionamento correnti. Di questi, oltre 66 miliardi e mezzo sono serviti a pagare gli interessi. Tutto questo con una produttività della Pubblica Amministrazione che non aumenta e che è, invece, inversamente proporzionale al crescere della forza lavoro.

 

IL RISCHIO ARGENTINA

Cosa di tanto grave sia successo in Argentina lo sanno bene quelle centinaia di migliaia di risparmiatori che, con la complicità delle banche, hanno acquistato obbligazioni emesse dal governo argentino e dalla provincia di Buenos Aires. Titoli che offrivano interessi anche superiori al 10% e che improvvisamente sono diventati carta straccia perché l’Argentina ha dichiarato bancarotta e non è stata più in grado di restituire i soldi. La causa dl “fallimento” argentino si può così sintetizzare: i governi regionali hanno seguitato a spendere e ad indebitarsi senza tener conto delle entrate e il governo centrale si è sempre più indebitato per sostenere gli sperperi dei governi regionali, per troppo tempo: un circolo vizioso. L’Italia non è, ancora, come l’Argentina ma il rischio esiste proprio perché si sottovaluta la “sindrome argentina”. Oggi in Italia abbiamo circa un milione e mezzo di dipendenti pubblici di troppo che ci costano circa 100 miliardi di euro l’anno, che pesano come un macigno sulla nostra capacità di competere. Su questo tema c’è un velo di silenzio. Nessuno, apparentemente, vuole riflettere. Senza contare i due virus che ci fanno del male che sono il dirigismo e lo statalismo. Entrambi duri a morire perché alimentati sia dal non fare sia dalla demagogia che fa credere che chiedere tutto per tutti allo Stato sia, oltre che un diritto, una possibilità a portata di mano.

 

LE TRE GAMBE CHE CI MANCANO

Una della panacee inventate per risolvere alla radice il problema dei conti e del debito pubblico, è stata la cosiddetta “devolution”, cioè la trasformazione dell’Italia in Stato federale con una più vasta divisione di compiti fra le Regioni e il Governo nazionale. I discorsi sulla devolution esigono , però, un tentativo di risposta seria perché il nostro Paese è gestito da uno Stato monco, privo di gambe su cui poggiare un’organizzazione statuale seria, che è prima di tutto l’organizzazione di delle informazioni. Il cosiddetto sistema Siope che è entrato in sperimentazione in circa 3000 enti pubblici, per sapere da dove vengono e dove vanno i soldi di tutta la Pubblica Amministrazione, ancora non va e solo a fine del 2004 si è completata la codificazione dei flussi di cassa che prima non c’erano. Poi mancano altre due “gambe” essenziali: in primo luogo l’anagrafe virtuale dei cittadini, ossia un database centrale che ci dica chi sono e quanti sono i cittadini residenti. L’aspetto incredibile è che questo database esiste – è l’anagrafe tributaria – e che per motivi segretissimi non viene aperto ai Comuni e messo in rete con le anagrafi comunali in modo da avere dati comuni e verificati. La terza gamba mancante è il catasto inteso non solo come strumento per tassare, ma soprattutto come strumento di pianificazione territoriale. Ecco che non avere queste tre “gambe” significa essere nell’impossibilità di fare amministrazione in senso moderno. Significa avere un’amministrazione che non sa come stanno le cose.

 

COME RIDURRE IL DEBITO PUBBLICO?

L’enorme dimensione del debito pubblico e la sua inarrestabile crescita derivano dal troppo Stato ancora presente nella nostra economia, in particolare dall’eccesso di spese correnti per far funzionare la macchina di tutta la Pubblica Amministrazione. La mancanza di uno strumento contabile serio ed efficace è un’altra tessera che si aggiunge al nostro puzzle sul debito pubblico.

Da dove possiamo cominciare? Si potrebbe iniziare inventando un modo nuovo di fare la legge Finanziaria richiamandoci al nostro passato, al cosiddetto “bilanzo d’avviso”. Si tratta di un budget semestrale finanziario approvato con procedura solenne e gestito secondo il concetto della “responsabilità dei governanti” nella Repubblica di Venezia nel XIII secolo. Questa procedura è così moderna e avanzata che è stata ripresa, ad esempio, dagli Stati Uniti, i cui impiegati non vengono pagati se qualche governatore o presidente ha speso troppo rispetto a quanto previsto e approvato.

 

 

 

LA BATTAGLIA DELLA COMPETITIVITA’

 

 

PERCHE’ L’ITALIA NON CRESCE

LA causa, dicono tutti, sta nella perdita di competitività: il male oscuro che rende difficile vendere all’estero le nostre merci e che fa aumentare la quota dei prodotti acquistati dagli italiani, danneggiando così l’economia. Non solo. Poiché una parte consistente del nostro Pil deriva dalla capacità di esportare, la minore competitività attenta indirettamente al nostro benessere e al nostro welfare.

Secondo l’annuale classifica del World Economic Forum l’Italia ha perso altri quattro punti scivolando al 42° posto della competitività mondiale, una classifica che vede in testa la Svizzera (che ha guadagnato tre posizioni), seguita da Finlandia e Svezia.

Si può dire che una nazione è competitiva se la sua economia cresce più velocemente di quelle degli altri Paesi con i quali si confronta e commercia. L’Italia, al momento, non sembra esserlo. Negli ultimi anni ha perso circa un terzo della sua quota del mercato mondiale. Il nostro Prodotto interno lordo cresce meno di quello dei partner dell’Unione Europea e degli altri grandi Paesi industrializzati. Il mix di questi fenomeni vuol dire “perdita di competitività”. In pratica significa che i nostri prodotti nel rapporto prezzo/qualità sono meno convenienti di quelli dei concorrenti sia sul mercato interno che su quelli internazionali.

Il fatto è che siamo rimasti fermi al palo con una crescita nel 2005 pressoché vicina a zero a differenza dei nostri partner europei colpiti anch’essi da fattori negativi e questo perché la struttura del cosiddetto sistema Italia è più debole, più adatta a produrre con lo scudo dei monopoli interni e del protezionismo anziché per la globalizzazione. All’estero, invece, si sono preparati da tempo alla svolta della liberalizzazione dei traffici con adeguate riforme. A parità di condizioni negative, vince la battaglia della concorrenza chi ha la produttività più alta.

Ma che cos’è la produttività? La produttività è uno degli indicatori strutturali fondamentali per misurar l’efficienza di un’economia, è il termometro che misura il rapporto fra i fattori di produzione e il prodotto ottenuto, ci dice cioè se sono impiegati nel modo più efficace e meno costoso. Le aziende per rimanere sul mercato devono compensare ogni aumento dei costi con un incremento della produttività.

Eppure, se parliamo con i lavoratori, dipendenti o autonomi, precari o fissi, emersi o “sommersi”, tutti si lamentano di lavorare troppo e di essere sfruttati. L’Italia – a sentire queste voci – dovrebbe essere una piccola Cina…. E non hanno tutti i torti perché le ore di lavoro in Italia sono sui massimi mondiali, poco sotto le 1800 ore annue mentre la maggior parte dei Paesi europei, a parte la Spagna) si colloca ben al di sotto delle 1600 ore con Germania e Olanda a cavallo delle 1400 ore annue.

LA conclusione è a senso unico: abbiamo un’economia collocata male rispetto alla domanda mondiale. Se, malgrado operai, artigiani e impiegati lavorino di più, siamo poco competitivi, vuol dire che è il prodotto, oppure il processo, oppure “il manico” che deve essere ristrutturato oppure cambiato. La spiegazione della scarsa produttività dell’Italia va quindi ricercata a 360 gradi: sta nella debolezza del nostro capitalismo, nel nanismo produttivo (abbiamo il maggior numero di microimprese d’Europa), nella scarsa liberalizzazione dei servizi, nelle troppe regole che hanno ingessato per lunghi anni il mercato del lavoro, negli scarsi investimenti in ricerca, innovazione e formazione. Sta soprattutto nella troppa burocrazia e nelle eccessive risorse destinate a pagare stipendi “inutili” rispetto al beneficio collettivo. 

 

LA DEBOLEZZA STORICA DEL CAPITALISMO ITALIANO

La fragilità competitiva del nostro Paese dipende anche dalla struttura produttiva frammentata e quasi assente nei nuovi settori strategici. Oggi in Italia esistono oltre 4,2 milioni di imprese di cui il 95% costituito da microimprese con più di 20 occupati ma meno di 50 e da medie imprese sino a 249 occupati. La grande impresa, cioè quella con oltre i 250 occupati rappresenta appena lo 0,1% del totale. Una fragilità che viene da lontano e che va ricercata nella debolezza storica del capitalismo italiano che non è privo di capitali ma è un capitalismo più familiare che diffuso, troppo spesso timoroso di approdare alla borsa ed abituato da sempre a muoversi e investire con il minimo dei rischi e con la garanzia dello Stato. La presenza dello Stato nell’economia non nasce con l’Italia unitaria, è una specificità italica plurisecolare ed è forse anche per questo che lo statalismo, la voglia di Stato, è così dura a morire.

 

LA CRISI DELLA GRANDE IMPRESA

Il dimagrimento delle grandi imprese italiane è cominciato nel 1970. Il processo ha avuto una brusca accelerazione con la crisi della chimica e dell’acciaio negli anni Ottanta con lo smantellamento delle Partecipazioni Statali negli anni Novanta. Oggi la grande azienda rappresenta appena lo 0,1% delle imprese italiane. In venti anni, fra il 1970 e il 1990 ha perso la metà degli addetti. Le imprese di maggiori dimensioni, cioè con oltre 500 dipendenti, oggi danno lavoro a circa il 10% degli occupati nell’industria manifatturiera, contro il 66% degli Stati Uniti e l’84% della Germania. Un processo di dimagrimento che non accenna a fermarsi. Il “nanismo” aziendale italiano nell’industria e nei servizi contribuisce indubbiamente alla debolezza del sistema facendo perdere competitività al Paese facendo diventare particolarmente gravosi gli sforzi verso il cambiamento e il rilancio necessari per affrontare la concorrenza. Le nostre piccole e medie imprese, infatti, per la storica sottocapitalizzazione del sistema, non dispongono delle risorse finanziarie necessarie a sostenere processi di investimento finalizzati all’innovazione.

 

BANCHE DEBOLI E SENZA RADICI

Il sistema creditizio nazionale è ancora un freno allo sviluppo e un’ulteriore causa della diminuzione della capacità competitiva del nostro Paese. Venuta meno la proprietà pubblica, le banche italiane stentano a nuotare nel mare della concorrenza. La potenza e il dinamismo delle banche fiorentine, genovesi e veneziane è solo un ricordo. Il male oscuro delle banche italiane è la scarsa concorrenza. Il nostro sistema creditizio è come rivolto su se stesso. Pur diffuso in tutto il territorio, non è integrato con la realtà delle imprese, è un mondo a sé che gioca a difendere con tutti i mezzi i propri privilegi, come fosse una variabile indipendente dal sistema generale.

 

IL RISPARMIO TRADITO

Gli italiani risparmiano meno del passato. Nonostante ciò mantengono il primo posto nel mondo industrializzato come propensione al risparmio. Nel 2005 abbiamo messo da parte il 12,1% del reddito prodotto contro l’11,6% della Francia ed il 10,9% dell’Irlanda mentre in Austria, Canada e Stati Uniti l’indebitamento privato ha superato la quota  risparmiata rispettivamente -2,2%, -0,4% e -0,2%. Quindici anni fa gli italiani destinavano al risparmio un  quarto del reddito nazionale.

Una parte consistente del patrimonio degli italiani è rappresentata da prestiti allo Stato, circa il 22% degli investimenti finanziari pari al 10% del patrimonio complessivo. Un’altra parte consistente del risparmio prende la via del mattone individuale, tant’è che l’investimento immobiliare rappresenta il 50% del patrimonio delle famiglie. Solo una minima parte del risparmio (il 25%) viene investita in borsa, in teoria il modo migliore per far guadagnare il risparmiatore e renderlo partecipe dello sviluppo economico del Paese. Ma in pratica non sempre questo accade. Ad esempio, in Italia mancano delle vere e proprie public companies, cioè società di proprietà di piccoli azionisti e gestite da manager indipendenti, per cui di fatto il risparmiatore può controllare la gestione della società di cui è azionista.

Siamo in una situazione che schiaccia il piccolo risparmiatore e lo tiene lontano dalla borsa e questa è un’occasione persa per mettere a frutto i risparmi creando valore per l’azienda Italia.

 

POVERTA’ DI INFRASTRUTTURE E CARO ENERGIA

Per vincere la battaglia della concorrenza occorre essere anche puntuali e rapidi nelle consegne ma il nostro sistema di comunicazioni è rimasto sostanzialmente quello costruito negli anni Sessanta e Settanta, insufficiente a sostenere i flussi di traffico attuali, pieno di nodi e strozzature, squilibrato nel rapporto gomma-rotaia e quindi assai costoso. Gli unici ad essersi avvantaggiati dalla scarsità di infrastrutture, soprattutto ferroviarie, sono stati gli autotrasportatori e le lobby della gomma e dell’asfalto che, di fatto, si sono impadronite non solo dello spazio ormai insufficiente delle autostrade, ma anche del sistema nevralgico dei trasporti nazionali, rendendo Governo e Parlamento ostaggi dei loro interessi di categoria.

Un secondo handicap è rappresentato da un’altra anomalia italiana, il caro-energia. In questo campo abbiamo un’ulteriore primato negativo. Secondo Eurostat l’Italia nel 2006, oltre che sul podio dei Mondiali di calcio, è salita anche su un altro podio, quello dell’energia più costosa d’Europa. Con 21,08 euro per 100KWh (tasse incluse) ci piazziamo al secondo posto nella classifica delle bollette elettriche più care per i consumi domestici, dopo la Danimarca (che però ha redditi medi delle famiglie più elevati). Siamo primi assoluti, invece, nella classifica delle tariffe industriali con 12,08 euro per 100KWh, con un aumento di oltre il 10% rispetto all’anno precedente, contro i 9,94 della Germania, i 7,57 della Spagna e i 6,68 della Grecia e non riusciamo ad abbassarne i costi perché siamo di fronte a un’altra conseguenza del deficit pubblico. Lo Stato ha bisogno che l’energia sia cara perché più alta è la tariffa, più tasse incamera.

Lo stesso interesse a fare cassa spiega il caro benzina: più sale il prezzo del petrolio, più aumenta l’introito dell’accisa sui carburanti.

 

L’ITALIA DEI VINCOLI

Sulla produttività e quindi sulla competitività dell’azienda Italia incidono negativamente tanti fattori endogeni. Le aziende italiane sono costrette a uno slalom per districarsi dai troppi vincoli che le leggi, le corporazioni, la burocrazia pongono a chi vuole produrre. Innanzitutto l’alluvione legislativa. Sono in vigore oltre 33.000 leggi, regolamenti e decreti del Presidente della Repubblica e circa 18.000 leggi regionali. In Francia sono meno di 7.000 e in Germania 5.500. L’unica raccolta aggiornata delle leggi vigenti si compone di 66 volumi per un totale di 102.300 pagine. Per leggerle tutte sarebbero necessari 568 giorni. Lo stock cresce in media di almeno 588 leggi l’anno contro una media di 93 in Francia, 111 in Germania e 148 in Gran Bretagna. Oggi abbiamo circa 300 nuove leggi l’anno. Basti pensare che solo nella XIII legislatura (1996-2001) la produzione è raddoppiata, sfiorando i 12.000 disegni li legge.

La cosiddetta riforma della Pubblica Amministrazione (legge Bassanini) è riuscita ad eliminare poco più di 700 leggi. Secondo molti esperti, per ben governare in Italia ne basterebbero appena 1.100. Abbiamo troppe leggi e anche qualitativamente molto scadenti. Ci sono troppe frasi equivoche che nascondono tranelli o doppi sensi che sembrano fatte apposta per far lavorare un esercito di “interpreti” che rappresentano un costo in più per imprese e famiglie. Tutto questo giova solo a mantenere intatto il potere della burocrazia, un vero e proprio Stato nello Stato, un Quinto potere occulto che condiziona la vita sociale ed economica del Paese che può far comodo alle corporazioni e ai rentier, ai nemici dell’innovazione e del progresso.

 

LA SANTA ALLEANZA FRA INDUSTRIA E UNIVERSITA’

Per immaginare il nostro futuro dobbiamo anticiparlo con l’innovazione e la ricerca scientifica perché spandiamo troppo poco in questo settore e gli investimenti negli ultimi anni sono andati a passo di gambero. LA fuga dei cervelli dall’Italia è la cartina di tornasole della gravità di questa scarsa attenzione. Fra investimenti pubblici e privati destiniamo alla cosiddetta R&S (ricerca e sviluppo) poco più dell’1% del Prodotto interno lordo, contro il 2,19% della Francia e Austria, il 2,33% del Belgio, il 2,60% della Danimarca, il 3,51 della Finlandia. Ne deriva uno scarso impiego si risorse umane in R&S. In Italia, secondo un’indagine della Confindustria, gli addetti alla ricerca sono 141.000 contro i 460.000 della Germania e gli 894.000 del Giappone. L’età media dei ricercatori nelle università (dove si fa quella ricerca pura da cui scaturiscono le invenzioni) è di 50 anni perché per l’esiguità dei fondi i concorsi sono diventati una rarità. Nella classifica mondiale, sulla spesa pro capite per la ricerca siamo al 15° posto, superati anche dal Portogallo e dalla Lituania. Conseguenza di questo gap (divario, in gergo economico), oltre la perdita strisciante di competitività, un forte disavanzo della bilancia commerciale tecnologica. Ecco perché, senza un massiccio impegno di risorse finanziarie e umane nella ricerca, l’Italia rischia di non avere futuro. La Confindustria ha approfondito in uno studio i motivi di questa scarsa propensione a investire in Ricerca e Sviluppo individuandone almeno tre di carattere endogeno al sistema produttivo:

 

-        siamo troppo specializzati a produrre nei settori tradizionali con scarse presenze in quelli science based (chimica fine e farmaceutica, macchine per ufficio, elettronica e telecomunicazioni, aerospaziale).

-        Il nodo strutturale produttivo, basato principalmente sulla piccola e media impresa che non consente ingenti investimenti in R&S.

-        Il dimagrimento strisciante delle produzioni ad alto contenuto tecnologico anche per il declino di grandi gruppi nazionali nel campo dell’elettronica e della chimica.

 

E’ necessario, dunque, raddoppiare gli investimenti rispetto al Pil migliorandone la qualità perché in periodi di aspra concorrenza come quelli attuali occorre da parte dello Stato un’azione di indirizzo su progetti di largo respiro, cominciando ad esempio a finalizzare la ricerca alla soluzione di alcuni problemi “grossi” a livello di “sistema” Paese. L’energia è uno di questi problemi  per costruire un mercato dell’energia elettrica veramente competitivo (tale da far abbassare i prezzi a livello europeo) occorre puntare anche sulla ricerca.  Un altro campo è quello accennato di assistere lo Stato nell’ammodernamento della Pubblica Amministrazione con nuove soluzioni suggerite appunto dalla ricerca.

 

NON CI RESTA CHE RINNOVARE

Sembra giunto il momento di un nuovo patto fra lo Stato e gli italiani. L’intellighenzia del nostro Paese avverte che l’esigenza di scrivere una nuova “Costituzione economica” è matura e urgente perché i margini di manovra diventano di anno in anno più stretti e il “vulcano finanziario” potrebbe esplodere da un momento all’altro.

 

 

LA PROPOSTA

 

LA RICETTA VIRTUOSA

A questo punto vediamo di ricapitolare i cardini di una vera riforma strutturale della spesa pubblica tale da ridurre il debito e liberare risorse per uno sviluppo duraturo per il nostro Paese.

 

Prima mossa: la certezza dei dati, cioè contabilità di cassa, anagrafe centrale, catasto on-line. L’entrata in funzione del Siope (Sistema informativo delle operazioni degli enti pubblici) potrebbe essere la prima mossa. Si tratta di uno strumento per controllare la contabilità di cassa di tutti i centri di spesa della Pubblica Amministrazione (Stato, Regioni, Province, Comuni).

 

Seconda mossa: dimezzare il pubblico impiego. Questo è uno dei grandi tabù, un argomento impopolare e quindi intoccabile, ma è anche il capestro che strangola il bilancio dello Stato. Quanti siano con certezza i dipendenti del settore pubblico, nessuno lo sa, neppure la Ragioneria dello Stato, perché non esiste un database con l’elenco di tutti coloro che a fine mese perdono lo stipendio da un’amministrazione o da un’azienda pubblica. Disponiamo quindi solo di stime. La cifra più probabile è di circa 4 milioni di persone con un surplus teorico di personale di almeno 2,2 milioni di persone in base a benchmarks ragionevoli che prevedono 1,8 milioni di persone. Più di un impiegato pubblico su due sarebbe, quindi superfluo.

 

Terza mossa: un welfare più equo perché oggi una quota rilevante della spesa pubblica va a finanziare il welfare, lo stato sociale, cioè principalmente l’assistenza sanitaria gratuita e il sistema previdenziale. Solo per le pensioni la spesa, in seguito al rinvio dell’abolizione delle pensioni di anzianità, si sta avvicinando al 15% del Prodotto interno lordo. La soluzione è pagare pensioni più basse, pagarle ancora più basse per chi vuole andare in pensione prima, e trasformare il nostro modo di vedere il Tfr, il trattamento di fine rapporto o liquidazione.

 

Quarta mossa: far pagare le tasse a tutti. L’evasione fiscale in Italia è stimata in circa 200 miliardi di euro. Non è un fenomeno solo italiano ma altrove, soprattutto in area UE, è più contenuto. In Italia assume un significato sistemico. E’ un male tollerato con il quale abbiamo imparato a convivere anche se odioso. Un “motore” dell’evasione fiscale, oltre al lavoro autonomo, è l’economia sommersa che non è un fenomeno solo italiano ma che da noi assume proporzioni intollerabili per un grande paese industriale. Anche in questo caso si fa finta che il problema non esista anche se l’Italia in Europa ha il primato dell’economia in nero, stimata nel 2003 in circa il 15% del Prodotto interno lordo.

 

CHI PAGA?

In economia nessun problema è insolubile, la vera questione è chi paga il costo delle riforme. Nessuno in Italia oggi sembra disposto a farlo. Per questo motivo le riforme  strutturali vere non riescono a decollare.

Potremmo portare molti esempi di come una burocrazia inetta tartassa il cittadino allontanandolo dalle istituzioni. Casi che sono capitati a molti di noi ma che si aggiungono a tante altre situazioni assurde come la carcerazione preventiva degli innocenti, le disinvolte attività dei tribunali fallimentari con i curatori che muoiono tutti ultranovantenni sul posto di lavoro perché “non chiudono” mai, la gestione “amicale” del patrimonio pubblico, l’evasione fiscale dei vicini di casa, gli appalti pubblici di beni e servizi e così via. Una riforma strutturale dei rapporti Stato-cittadino, una vera e diffusa liberalizzazione dei servizi, un vero snellimento delle procedure giudiziarie e tanti altri provvedimenti di buon senso provocherebbero un vero terremoto nelle nostre abitudini quotidiane di taglieggiare il prossimo con il permesso o la compiacente complicità della legge. Ecco perché nessuno è disposto “a pagare” il costo delle riforme. Un dato è certo: in Italia non c’è una forza politica che abbia i numeri e la volontà di attuare programmi inevitabilmente impopolari. Abbiamo un Paese è spaccato in due e non solo politicamente: c’è un’Italia ricca e un’Italia povera. Di conseguenza è necessario avviare un discorso  con uno spirito di solidarietà nazionale in una specie di “concilio delle idee” che potrebbe diventare il motore dell’operazione verità, necessaria al nostro Paese. Continuare a fare lo scarica barile non porta lontano, perché alla fine si rischia di perdere pure il barile.