Il mondo del lavoro dove si liquida l'uomo
Se le tante sinistre facessero il loro mestiere che è anche quello di correlare i meriti e i demeriti all’assetto sociale, sicuramente vivremmo la trasformazione del mondo lavoro con qualche speranza in più. Che non è poco se si pensa che in questo Paese tre lavoratori al giorno muoiono a causa delle condizioni nelle quali si trovano a svolgere la propria attività. Sono 350 e passa le vittime, e novemila gli invalidi soltanto in questi primi mesi del 2007. Vuol dire che gli operai sono “disattenti” ? Che il lavoro è male organizzato? O peggio ancora che si debba morire lavorando? “Lavorando per salari bassi, talvolta perfino indecenti. In nessun luogo, i lavoratori possono essere trattati come numeri”, come ha avvertito il presidente Napolitano.
Il Presidente esagera? No, dal momento che i salari italiani sono i più bassi
tra i paesi fondatori dell’Unione europea, e diversamente da quanto è avvenuto
in Francia, Germania e Inghilterra, in termini reali sono quasi fermi da più di
dieci anni. Com’è potuto accadere? Una delle cause, la più macroscopica è stata
l’aumento massiccio del lavoro precario. I dati Istat parlano che, nell’ultimo
anno, esso è aumentato del dieci per cento. E’ una cifra altissima dovuta al
fatto che le imprese tendono sempre di più a sostituire porzioni crescenti di
forza lavoro stabile e qualificata con forza lavoro precaria e atipica. Sono
figure contrattuali, tutte debolissime, che puntano non ad elevare la propria
condizione, ma ad aggredire la condizione del lavoratore stabile.
Sicché, per la prima volta in Italia, coloro che lavorano rischiano di trovarsi
in condizioni economiche non diverse da quelle del disoccupato assistito.
Inoltre, chiunque abbia superato i quarant’anni è oggi consapevole che ai primi
segni di crisi il suo posto di lavoro è a rischio, e che in caso di
licenziamento sarà molto difficile trovarne un altro di pari livello
professionale e a parità di retribuzione. Infine, l’allungamento dell’età
pensionabile rende particolarmente critica la condizione di tale fascia delle
forze di lavoro. Ma non va bene nemmeno per i giovani poiché l’ultimo rapporto
dell’ Ocse rivela che in Italia la crescita del lavoro è in frenata: era dello
0,6 per cento l’anno scorso, e nel 2007 scivolerà allo 0,4 per cento. Questo
vuol dire che per ogni due nuovi posti di lavoro che nasceranno quest’anno negli
altri paesi sviluppati, in Italia ne nascerà uno solo, anzi meno di uno.
Accade perché la tecnica oggi non è più un “mezzo” nelle mani dell’uomo, ma, per
effetto della sua espansione è diventata la vera protagonista del mondo
dell’economia e del lavoro. La tecnica non conosce il sociale, ma sa solo
ottimizzare l’impiego minimo delle risorse umane per perseguire il massimo
dell’utile. Progetti a lunga durata non se ne possono più fare per il semplice
motivo che la tecnica agisce in un arco di tempo compreso tra il recente passato
e l’immediato futuro e preferisce soprattutto l’immediato. E dunque alla
progettazione di lungo periodo è subentrata quella di breve periodo il che vuol
dire la ricerca spasmodica per inserirsi in circostanze favorevoli tendenti a
sfruttare le “opportunità”. In un contesto del genere quel che si chiede al
lavoratore è la prontezza a cambiare tattiche e stili a breve scadenza, cioè
quel che si chiama “flessibilità” e naturalmente a basso costo e in alti termini
di efficienza e funzionalità perché la macchina resta il modello da imitare.
Accade che oggi molto più di ieri, tra lavoratori e imprese non vi sia una
normale relazione di scambio, ma un rapporto strutturalmente asimmetrico.
Infatti i lavoratori soltanto formalmente hanno l’opzione di non vendere la
propria forza lavoro, poiché chi possiede la sola capacità di lavorare non ha
altra scelta. Gli imprenditori, invece, possono essere meno «impazienti»
nell’acquistare la forza lavoro, poiché per qualche tempo possono sopravvivere
consumando il proprio capitale. Inoltre, solo gli acquirenti di forza lavoro
possono perseguire strategie dirette ad indebolire la controparte, vuoi
ricorrendo a tecnologie risparmiatrici di lavoro, vuoi spostando investimenti da
un Paese all’altro, vuoi modificando i requisiti professionali richiesti. E così
da un’asimmetria strutturale nasce una prevaricazione di potere delle imprese
sui lavoratori.
In Italia quel che più preoccupa sono i rapporti di lavoro non standard, che
fanno temere una maggiore instabilità del posto e tragitti lavorativi più
discontinui, tanto più che il centro-destra ha aggiunto un armamentario di
impieghi flessibili alle modalità già introdotte dal centro-sinistra. Oggi il
10,5 per cento dei contratti non è più a tempo indeterminato e l’8,6 per cento
non è più a tempo pieno. Nell’Unione Europea il contratto di lavoro a tempo
pieno e con durata indeterminata resta peraltro la modalità normale; ma non è
più esclusiva come lo fu in Italia fra il 1926 e il 1997, anno del “pacchetto
Treu”.
Va anche detto che i vari tipi di contratti a termine stanno sostituendo il
tradizionale periodo di prova, sia perché certi imprenditori li sfruttano per
dilazionare al massimo l’assunzione stabile, o per evitarla, sia perché molti
ritengono insufficiente il periodo previsto dai contratti. Si tenga a mente che
complessivamente l’area della precarietà coinvolge 3.757.000 individui, tra i
quali uno su quattro non è occupato. E sebbene costituiscano un’opportunità di
ingresso nel lavoro per giovani e donne, i rapporti a termine possono però
creare «ghettizzazione» professionale ed emarginazione sociale quando il
lavoratore vi rimane “intrappolato”: basti pensare che oggi chi ha un contratto
a termine stenta a ottenere prestiti e ad affittare appartamenti. Così diventa
comunque difficile costruirsi un percorso, «formulare previsioni e progetti
d’una certa portata in campo professionale e spesso anche in campo esistenziale
e familiare», come spiega Luciano Gallino.
Come si fa, di fronte a queste evidenze, a non capire che il problema del lavoro
con tutte quelle “morti bianche” è attualissimo? E che non si risolve
commemorando le vittimei degli incidenti nei cantieri e nelle fabbriche? Le
sinistre, come detto, dovrebbero per prime farsene carico, ma finché continuano
a sbranarsi, compagno contro compagno, sul partito di sinistra ideale da
fondare, non inquadrano il mondo del lavoro in cui viviamo e sbagliano le mosse
interpretandolo sulla base delle esperienze passate che oggi non servono più.
Infatti, l’impresa con la scusa delle turbolenze, degli assilli e della
competizione globale, non è disposta a dare nulla in cambio. Così vivendo il
rischio è che finirà col prevalere nella società civile il concetto secondo il
quale è giusto ed è bello soltanto il perseguimento esclusivo dell’”utile”, in
cui le “morti bianche” diventano un incidente di percorso.
Vincenzo Maddaloni
Maggio 2007