
AGRICOLTURA E O.G.M.
PROBLEMI ETICI, IGIENICI, ECONOMICI E POLITICI.
Lo sviluppo dell'agricoltura è uno degli eventi maggiormente rappresentativi dei mutamenti, spesso spettacolari, che, in questo secolo, hanno mutato il volto delle attività umane. Nessun settore economico è, infatti, riuscito ad innovarsi e, nel contempo, a sopravvivere al progresso, come l'agricoltura.
Per capire quanto ciò corrisponda al vero è sufficiente ricordare poche, ma significative cifre. Fra il 1881 ed il 1936, la percentuale della popolazione dedita all'agricoltura è rimasta pressoché stabile riducendosi appena dal 48,4% al 48%. Oggi gli occupati in agricoltura rappresentano, in media, il 7%, con valori minimi attorno al 2‑3% nelle aree maggiormente avanzate del Paese.
Le terre coltivate si sono ridotte dai quasi 23 milioni di ettari del 1929 agli attuali 14,6 milioni di ettari. Nel 1936 da un ettaro si ottenevano, in media, poco più di 14 quintali di frumento; oggi la resa media nazionale si avvicina ai 50 quintali per ettaro. Nel 1938 vi erano più o meno gli stessi capi bovini di oggi: 7 milioni e 700mila capi allora, circa sette milioni e mezzo adesso. Solo che, sessanta anni or sono, questo patrimonio zootecnico produceva 53 milioni di ettolitri di latte e neanche 7 milioni di quintali di carne: ossia, circa la metà di ciò che si riesce ad ottenere oggi.
Questi straordinari risultati sono stati ottenuti grazie al succedersi ed al sovrapporsi di innovazioni tecniche e scientifiche, talvolta straordinarie: si è cominciato con l'introduzione delle macchine, cui si è associato lo sviluppo della chimica e, quindi, la diffusione dei fertilizzanti e dei pesticidi; è poi venuta la fase della genetica con la selezione di varietà e razze ad alta produttività.
In questi anni ci troviamo, infine, calati in una nuova e più complessa stagione innovativa: quella della biogenetica, fatta di organismi artificiali, modificati nella loro essenza vitale. Vi è una profonda differenza tra il progresso che, fino ad oggi, è stato garantito dalla meccanica, dalla chimica e dalla genetica ed i futuri sviluppi che le biotecnologie sembrano garantire. Un trattore, un fertilizzante, o un ibrido di mais, apparivano ‑ ed appaiono ‑ come strumenti direttamente e facilmente controllabili dall'uomo.
Un organismo geneticamente modificato si presenta, per contro, come una entità assai meno facilmente inquadrabile e, se vogliamo, molto più inquietante dei tradizionali fattori di produzione. Questo senso di disagio non è solo dettato da quell'atteggiamento istintivamente difensivo che, sovente, si è portati ad assumere verso le novità, bensì da una serie di motivi che non sono solo etici, ma anche igienici, economici e politici.
I motivi etici sono facilmente spiegabili. Fino a pochi anni or sono, sapevamo poco o niente del DNA e del suo funzionamento. Non si deve, infatti, dimenticare che è solo dal 1953 che, grazie a Watson e Crik, conosciamo la struttura della molecola dell'acido desossiribonucleico (il DNA, appunto). Così come non dobbiamo dimenticare che, da tale data, furono necessari altri dieci anni, affinché, Jacob e Moneaud riuscissero a spiegare la principale funzione del DNA, descrivendo il processo della sintesi proteica. Da allora, certo, la scienza, in genere, e la biogenetica in particolare hanno fatto grandi passi avanti. Tuttavia, ci sembra di non offendere nessuno nell'osservare che, in questo campo, la strada della conoscenza è, con ogni probabilità, ancora in gran parte da percorrere. Non ci pare, infatti, che la scienza sia stata ancora in grado di chiarire i grandi misteri della vita: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Domande per le quali non vi è risposta scientifica che soddisfi. Quanto ora detto, non per operare una critica aprioristica nei confronti della scienza e degli scienziati, bensì per indurre alla prudenza ed alla riflessione tutti coloro che ritengono, non solo di poter manipolare i codici della vita come se per loro non avessero più segreti, ma anche di brevettare le loro creature.
Fermiamoci un attimo e teniamo presenti i nostri limiti e, soprattutto, cerchiamo di non dimenticare che, fino a prova contraria, l'unico che, in questo campo, può brevettare qualcosa è il Padreterno!
I motivi igienici riguardano la totale assenza di informazioni in merito, sia agli effetti che i prodotti ottenuti da organismi geneticamente modificati possono avere sulla salute degli uomini e degli animali che li consumano, sia alle interazioni che tali organismi possono avere con l'ambiente in cui sono inseriti.
I nostri non sono sospetti gratuiti ma leciti dubbi che ‑ riteniamo ‑ dovrebbero sorgere in tutte le persone di buon senso. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che un organismo geneticamente modificato è un essere vivente il cui patrimonio genetico è stato variamente manipolato e che, per tale motivo, rappresenta una entità artificiale a tutti gli effetti. Non si può, dunque, escludere che un tale organismo, una volta a contatto con gli esseri viventi normali, non manipolati, possa suscitare in essi reazioni di varia natura ed intensità e, comunque, sostanzialmente imprevedibili.
Per questi motivi riteniamo che, prima di arrivare, come stiamo facendo in questi anni, a sfornare organismi geneticamente modificati in quantità industriale, sarebbe opportuno procedere ad una seria ed accurata verifica, sia delle eventuali controindicazioni, sia delle interazioni ambientali collegate all'immissione sul mercato di tali organismi.
I motivi economici: se i problemi etici ed igienici, cui abbiamo fatto ora riferimento, continuano ad essere sostanzialmente ignorati, o almeno trascurati, la ragione è perché gli organismi geneticamente modificati, sono un colossale affare economico. Non si deve, infatti, dimenticare che, tanto la produzione, quanto la distribuzione di tali organismi è in mano ad un ristretto numero di imprese organizzate su basi multinazionali che hanno intravisto il grande affare di poter controllare una quota importante del mercato mondiale dei fattori di produzione agricola. L'obiettivo a medio lungo termine di tali imprese è, infatti, quello di giungere a governare la produzione e, di conseguenza, il commercio agricolo mondiale, attraverso la sostituzione delle specie attualmente coltivate con gli organismi geneticamente modificati che quelle stesse imprese producono. Ed ecco, allora, che per ammantare di nobiltà questa operazione si dice che l'utilizzo degli organismi geneticamente modificati può rappresentare una valida risposta al problema della fame del mondo. Niente di più falso. Ma non perché tali organismi non possano garantire una produttività superiore rispetto alle coltivazioni tradizionali, ma perché il problema della fame del mondo non lo si risolve accrescendo la produzione di derrate alimentari. Sarebbe, infatti, opportuno che si chiarisse una volta per tutte che se, nel mondo, ci sono popolazioni che soffrono la fame non e perché non si riesce a produrre abbastanza alimenti, ma perché quelle popolazioni non hanno soldi per poterli acquistare. Questa terribile verità la si può facilmente dimostrare ricordando che: vi sono Paesi come l'India, l'Indonesia, il Bangladesh ed il Pakistan che sono esportatori netti di cereali, nonostante larghe fasce delle loro popolazioni soffrano le pene della malnutrizione; negli anni 80, nel periodo delle eccedenze produttive agricole, i Paesi avanzati avevano una tale quantità di scorte da poter sfamare per quattro anni l'intera popolazione mondiale.
Quanto ora detto è, a nostro avviso, sufficiente per far capire che, quali che siano gli incrementi produttivi dovuti all'uso degli organismi geneticamente modificati, ciò non servirà a risolvere i problemi delle aree più disagiate del pianeta. A meno che le multinazionali, che notoriamente non sono opere pie, non decidano di fare beneficenza: ipotesi che, francamente, riteniamo assai remota.
Quest'ultima considerazione ci consente di spostare l'attenzione sull'ultima serie di motivi, cui facevamo riferimento in precedenza: quelli politici.
I motivi politici: il settore agricolo, in quanto fornitore di materie prime essenziali per la nostra sopravvivenza, è da sempre un settore strategico. Non è, infatti, un caso che tutti i principali Paesi abbiano sempre difeso le rispettive agricolture attraverso l'attuazione di politiche protezionistiche. In questi anni si fa un gran parlare di globalizzazione e di libero mercato, quali strumenti per fornire anche ai Paesi più poveri, una concreta opportunità di sviluppo. La realtà è però diversa da quella che si vuol descrivere con le parole. Il processo di globalizzazione che si sta attuando non è, infatti, la strada che conduce alle pari opportunità di sviluppo per i diversi Paesi, bensì lo strumento attraverso il quale si cerca di fare in modo che il complesso delle attività umane si svolga sulla base di regole dettate da un ristretto numero di soggetti.
In quest'ottica, anche la produzione di organismi geneticamente modificati è una chiara componente del più generale processo di globalizzazione. Tali organismi sono, infatti, prodotti da un numero ristretto di imprese multinazionali, tutte, dotate di un elevato peso economico e, quindi, di una forte capacità di pressione politica; sono destinati a sostituire le coltivazioni tradizionali e, quindi, rappresentano una regola che le succitate poche imprese multinazionali cercano di imporre alla moltitudine di individui che, nel mondo, esercitano l'attività agricola.
Il problema non è di poco conto e, se associamo l'attuale espansione degli organismi geneticamente modificati ai fenomeni di concentrazione, già da tempo in atto, nei settori delle macchine agricole, dei prodotti chimici e della distribuzione alimentare, ricaviamo l'immagine di una attività agricola sempre più schiacciata dallo strapotere delle imprese multinazionali. Proseguendo su questa strada, nel breve volgere di pochi anni gli agricoltori perderanno completamente la loro caratteristica di liberi imprenditori e si trasformeranno in una sorta di lavoratori per conto terzi, dove i terzi saranno le imprese multinazionali che si troveranno, contemporaneamente, a detenere il mercato dei fattori di produzione e quello dei prodotti alimentari. Questa prospettiva è tutt'altro che remota e si presenta come particolarmente pericolosa per l'agricoltura europea che, tradizionalmente, ha forti legami con il territorio, l'ambiente, e la società: un patrimonio di millenarie tradizioni che rischia di essere spazzato via in pochi anni. Sappiamo che, tra le popolazioni europee, vi è una sostanziale diffidenza e, in taluni casi, una convinta avversione, sia verso la globalizzazione dei costumi e dei mercati, sia nei confronti della produzione e dell'utilizzo degli organismi geneticamente modificati. Purtroppo il sentimento popolare stenta a tradursi in una decisa posizione politica a livello di Unione Europea che, anche su questo argomento, ha confermato il vecchio detto che la vuole "gigante economico e nano politico".
Cosa fare, dunque, per far valere i nostri sacrosanti diritti di cittadini che non vogliono essere costretti a doversi alimentare con prodotti che sono ottenuti attraverso metodi eticamente discutibili; che potrebbero anche risultare pregiudizievoli per la nostra salute e che, per finire, rappresentano uno strumento in grado di stravolgere gli attuali assetti della nostra agricoltura, mettendo seriamente a repentaglio un patrimonio sociale, produttivo ed ambientale di millenarie tradizioni.
La risposta è difficile. Nei governi non si può confidare: troppo grandi gli interessi economici; troppo forti le pressioni politiche e troppo grandi le divisioni tra i diversi Paesi europei. L'unica speranza è riuscire a trasformare le nostre convinzioni individuali in coscienza collettiva. Solo così potremo sperare che, non fosse altro per opportunismo politico, qualcuno, da qualche parte ascolti la nostra voce. E' una grande sfida che merita di essere lanciata ed una grande battaglia civile che merita di essere combattuta.
Sen. Walter BIANCO