Il “Lavoro Flessibile” è contro la Famiglia

 

Si fa un bel dire che la flessibilità porta dei vantaggi nel mondo del lavoro ma questo non è vero perché la flessibilità, purtroppo, in Italia è stata interpretata soltanto come possibilità per l’imprenditore di modificare in qualsiasi momento le condizioni del rapporto di lavoro con il proprio dipendente (e quindi anche le modalità di cessazione del rapporto stesso, cioè di licenziare liberamente) e non come strumento in grado di rendere flessibile l’organizzazione stessa del lavoro a vantaggio sia dell’impresa che del lavoratore.

   

    Negli ultimi anni la nostra classe dirigente politica e imprenditoriale ha puntato solo ed esclusivamente sulla flessibilità e sulla riduzione del costo del lavoro come fattori-chiave per garantire una maggiore competitività all’impresa italiana, senza pensare agli investimenti nella ricerca e nell’innovazione tecnologica, ovvero in quelli che, nei sistemi economici avanzati, dovrebbero rappresentare il vero motore dello sviluppo e della crescita.

   

    Si è trattato di un tipo di approccio fallimentare ed i risultati, dopo l’edificazione di un modello normativo tutto sommato coerente nei suoi princìpi ispiratori e nei suoi istituti giuridici, sono sotto gli occhi di tutti, viste le performance negative del nostro sistema economico negli ultimi quattro anni. E non tiriamo in ballo ancora l’undici settembre americano, per carità!

   

    Per la maggior parte dei lavoratori atipici il lavoro flessibile non rappresenta, in definitiva, un’opportunità di primo inserimento lavorativo perché, di fatto, il lavoro rimane atipico, cioè provvisorio.

   

    I nostri giovani oggi lavorano “a progetto”; con “contratto occasionale”; fanno i “collaboratori coordinati e continuativi”, lavorano “a contratto di tipo subordinato a tempo parziale”, lavorano tramite le agenzie interinali o tramite “contratto d’inserimento”.

   

    Tutto ciò, molto spesso (o quasi sempre) nonostante molti di essi abbiano raggiunto una certa maturità professionale e lavorino, magari, da più di cinque-sette anni nella stessa impresa, spesso con livelli retributivi discutibili senza contare, per questo tipo di impiego, la mancanza di adeguate tutele sociali e sindacali ed il basso livello di garanzia di alcuni diritti fondamentali, come la maternità, la malattia, la sicurezza sul lavoro, il diritto di sciopero e alla formazione professionale.

   

    In particolare, il fatto di essere un lavoratore atipico ha influito molto sulla possibilità di comprare una casa ricorrendo a un mutuo, sulla possibilità di accedere al credito ed ha condizionato negativamente perfino la possibilità di prendere in affitto un appartamento. Poi si fa un gran parlare di tutela della Famiglia…

   

    Il fatto di non avere un lavoro sicuro e stabile procura spesso, o continuamente, alla maggior parte delle donne stati di ansia; tale condizione è addirittura fonte di stati depressivi frequenti con ripercussioni sulla sfera affettiva e familiare.

   

    Se, poi, analizziamo il futuro pensionistico dei nostri giovani “lavoratori atipici” al termine della loro esperienza lavorativa, la pensione sarà inesistente o comunque insufficiente a garantire una vecchiaia dignitosa.  A meno che non si ricorra ad una pensione integrativa che, per poterne pagare il premio obbligherebbe le nostre giovani coppie a ridurre, magari, anche le spese per il vitto. Altro che fare figli!

   

    In definitiva il lavoro precario è, come dice la parola stessa, provvisorio, insicuro, instabile, incerto e senza le garanzie richiamate dalla nostra Costituzione che, all’Art. 36 recita: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

     

Così succede che con i prezzi alle stelle, e fuori da ogni controllo, alle nostre giovani coppie non resta che rimanere single.

 

In barba alla  Famiglia!

 

 

 

Sen. Walter BIANCO

 

 

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