IL LAVORO INTERINALE: NUOVO SCHIAVISMO DEL 2000

 

 

Voglio ritornare sull’argomento del lavoro interinale, che tante difficoltà provoca ai nostri giovani, portando alcuni dati recenti sul precariato in Italia.

 

Il segnale più preoccupante è quello che deriva dalla durata dei nuovi contratti. Infatti, oltre il 60% dei lavoratori ha un contratto inferiore a 3 mesi e solamente il 2% ha contratti che durano 1 anno o più. Di quel 60%, la metà ha un contratto di 1 mese, mentre un lavoratore su 5 ha un contratto che dura una settimana (5 giorni lavorativi).

 

La Banca d’Italia ci informa che quasi il 50 per cento dei giovani lavoratori sono assunti con contratto a termine e meno del 10 per cento di questi neoassunti vede trasformato il proprio contratto a termine in un contratto a tempo determinato.

 

Questa è la dimostrazione che la Legge Biagi non è stata in grado di offrire una risposta seria all’occupazione giovanile, senza contare il grandissimo problema riguardante i versamenti pensionistici dei nostri giovani che si troveranno senza la garanzia di ricevere un dignitoso sostentamento economico quando saranno diventati vecchi e pensionabili.

 

Ecco che diventa necessaria una riforma a lungo periodo che possa offrire ai giovani una seria prospettiva di stabilità perché i dati dimostrano che, una volta concluso il contratto a termine, non c’è quasi nessuna prospettiva a lungo periodo per il loro lavoro. Dobbiamo perciò pretendere che venga salvaguardata una certa flessibilità del lavoro senza, però, che i giovani vengano precarizzati in eterno.


In Francia hanno adottato un sistema di promozione all’ingresso duraturo al lavoro con l’introduzione graduale di forme di protezione dell’impiego sotto forma di indennità di licenziamento che aumenta gradualmente in base alla durata dell’impiego presso un’impresa. Questo dovrebbe scoraggiare l’impresa stessa a rinnovare continuamente, come in Italia, il contratto a tempo determinato che dovrebbe avere una durata massima di dieci-dodici mesi per poi essere trasformato in contratto a tempo indeterminato, uguale per tutti e indipendentemente dall’età del lavoratore.

 

In Danimarca, invece, con la loro “flexsecurity”, cioè flessibilità economica unita alla sicurezza sociale, l’impiego dura in media quattro anni ed ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita lavorativa. Gli imprenditori hanno grande libertà di licenziare, mentre il lavoratore licenziato, dal primo giorno di disoccupazione percepisce un assegno da parte dello Stato pari all'80-90% del suo stipendio per quattro anni. E’ un modello sociale che mira a salvare le persone piuttosto che i posti di lavoro, investendo sulla formazione dei lavoratori per orientarli verso nuovi settori.

 

Certo è che il modello danese sarebbe difficile da applicare in Italia perché è troppo costoso per le casse dello Stato ma, recuperando l’enorme evasione fiscale che esiste nel nostro Paese (ricordo che questa equivale a ben 5 finanziarie all’anno!), ci potremmo permettere questo ed anche altro, come per esempio degli incentivi alle giovani coppie che crescono famiglia.

 

 

 

Walter Bianco

 

Postato il 13 Luglio 2007